|
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
La natura della questione obbliga alla discussione e larga condivisione di ogni possibile modifica
Per quanto si discuta su cosa cambiare e che cosa no della nostra Costituzione, certamente i principi fondamentali sono fuori discussione e nessuno può pensare di modificarli o di alterarli”.
Le parole del Capo dello Stato, giudicate quanto mai sensate ed appropriate dall’opposizione, sono certo piombate come un autentico macigno su quel “Nessuno”, largamente identificato, o identificabile col Premier, Silvio Berlusconi, che immemore, o quasi, delle dissertazioni dei giorni scorsi sul suo “Voler andare avanti anche a costo di votare la riforma a colpi di maggioranza” nonché della sua espressa considerazione del dialogo con l’opposizione stessa come qualcosa che “Sarebbe accettabile”. Quasi fosse elemosina.
Indietro tutta, quindi. Indietro sul “Pacchetto Alfano” sulla riforma del processo penale e le misure sul sovraffollamento delle carceri. Che slitta a Gennaio. Nella speranza, pare, di aprire quel confronto con il Pd di Veltroni caldeggiato visibilmente dal leader del Carroccio, Umberto Bossi, con la sua paura per i probabili riflessi negativi di un atteggiamento di occlusione e disfattismo sulla disponibilità e sul consenso dell’opposizione al suo unico intento: il Federalismo Fiscale.
Condivisi o no polemiche e punti di vista sul se e sul come vadano modificati i principi espressi dalla nostra Carta Costituzionale, resta il fatto chiaro e non prescindibile che gli ingranaggi della Giustizia così come sono non funzionano e che una riforma è assolutamente necessaria. A garanzia proprio dei cittadini, del popolo italiano nel cui nome la Giustizia stessa viene amministrata, con meccanismi divenuti insulsi fino a fagocitare principi irrinunciabili in ogni Stato di diritto. Che si chiamano contraddittorio, pari diritti e poteri fra accusa e difesa, predeterminazione e certezza della pena. Assistere ad una autentica guerriglia fra Procure su non ben chiariti e legittimi atti processuali ed inchieste non può certo essere lo spettacolo più auspicato dal cittadino, che nella magistratura vorrebbe ben vedere identificato il supremo garante dei propri diritti quando siano lesi, sia civilmente che penalmente. Mentre il punto di vista di chi la Giustizia la amministra assumendo la difesa dei cittadini contro altri cittadini o quando siano accusati di aver commesso reati è inevitabilmente permeato dallo sconforto troppe volte provato di fronte a lungaggini, o a pronunce imprecise o superficiali, tanto più gravi quando ledano diritti fondamentali della persona. Uno sconforto che fa spesso avvertire la funzione di difensore quale il mestiere dell’arrampicarsi su lastre di ghiaccio nel tentativo, sempre più arduo, di correggere i difetti ed arginare i danni. In nome del mandato assunto.
Serve certamente, al di là di chi storce il naso, una riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, Organo Costituzionale che presiede ad ogni provvedimento relativo ai magistrati. Serve, assolutamente, quella tanto discussa e vituperata, quasi esorcizzata, divisione fra Magistratura decidente e Magistratura Requirente, senza la quale la parità fra accusa e difesa e la certezza del giusto processo non potranno mai dirsi pienamente realizzate. Principi, sia chiaro, riferiti all’intero esercizio della funzione giurisdizionale, civile e penale, ben espressi dalla nostra Costituzione, il cui art. 111 così recita: “ La Giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”. Preambolo necessario a comprendere che il tema cui il Governo vuol mettere mano non è, né mai potrà essere, come peraltro affermato anche dai Presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, trattato senza essere ampliamente discusso e condiviso, in modo che ogni modifica, per quanto sensata e giusta, sia largamente e trasversalmente accettata.
Da qui l’opinione che i rilievi mossi al Premier siano stati assolutamente opportuni, senza giustificare in alcun modo il suo iniziale non voler dialogare e sedere a un tavolo con chi “Mi insulta definendomi un diavolo, un Hitler o un dittatore argentino”. Parole riferite al “Giustizialista” Di Pietro, che invece, mai dire mai, ha stavolta giustamente sollevato obiezioni sul modo berlusconiano di voler minare con metodi inopportuni a l’indipendenza della Magistratura che, lungi dall’essere, come affermato da Cicchetto” Fuori dai principi Fondamentali della Costituzione” , riguarda quella Separazione dei poteri che nessun costituzionalista si sognerebbe mai di non annoverare tra i valori cardine dello Stato, costituendo addirittura la stessa essenza della sua Forma Democratica e, pertanto, non uno dei principi fondamentali, ma il principio fondamentale per eccellenza.
Dialogo e confronto che dovranno indiscutibilmente trovare la maturità e l’equilibrio di entrambe le coalizioni, sia per le modifiche adottabili con legge ordinaria che per quelle che abbiano a toccare la Costituzione, in qualsiasi sua parte. Per regalare agli italiani una impressione di maggiore garanzia dei propri diritti e, talora, perfino della propria incolumità, laddove sia difficile e tutte le volte in cui sia difficile, per un difensore, spiegare ai propri assistiti perché chi ha fatto già e minaccia di fare ancora loro del male sia a piede libero, perché non sia certo che chi ha sbagliato alla fine paghi, perché fra l’inizio e la fine di un giusto processo passino spesso parecchi anni, durante i quali la tutela resta spesso uguale a zero. Per affermare che lo Stato c’è.
Giovanna Raimondo
|